BROTHER SATYANANDA

BROTHER SATYANANDA
L’ 8 di Novembre, il ministro della SRF Brother Satyananda è stato ascoltato in tutta l’Australia in una radio nazionale, rilasciando un’intervista per “The Spirit of Things,” (Lo spirito delle cose) uno dei programmi radiofonici più rispettati in Australia e che affronta argomenti di spiritualità e religione.
Brother Satyananda spiega come la scienza dello yoga porta all’esperienza della vera felicità, o Dio. Egli ci da anche un metodo pratico attraverso il quale ognuno può aumentare la propria energia vitale (prana) quando è affaticato, parla delle basi metafisiche della preghiera di guarigione, e discute molti altri argomenti di carattere spirituali.
INTERVISTA A BROTHER SATYANANDA
Gli scritti di Paramahansa Yogananda, specialmente il suo classico Autobiografia di uno Yogi, hanno ispirato molti ricercatori spirituali, compreso il prossimo ospite.
Dopo essersi laureato all’Università di San Diego in business e sociologia, Brother Satyananda entra a far parte della Self Realisation Fellowship.
Ora risiede presso la sede centrale a Los Angeles e serve come ministro in carica al Tempio SRF di Phoenix, Arizona. L’ho incontrato alla Conferenza su Ayurveda e Yoga tenutasi a Sydney all’inizio di quest’anno.
Rachael Kohn: Brother Satyananda, da quanto tempo è monaco nella Self Realisation Fellowship?
Brother Satyananda: sono un monaco dell’ordine della Self Realisation Fellowship da quasi 35 anni.
Rachael Kohn: è una decisione importante quella di diventare monaco. Com’è iniziato tutto?
Brother Satyananda: Per me è stata la soluzione al problema più grosso della vita, cioè, come potrò trovare il più grande significato della vita? Come posso utilizzare la mia vita al meglio? Ero perso, senza uno scopo, ma dopo aver cercato a lungo, sono giunto alla conclusione che dedicare la mia vita all’illuminazione e alla verità era l’unico modo per usare questa vita al meglio.
Rachael Kohn: Oggi, durante il suo discorso, ha raccontato al pubblico di un sogno che fece quando era un ragazzino. Pensa che la sua scelta di diventare monaco in una tradizione yogica indiana fosse davvero prefigurata fin da quando era un ragazzo?
Brother Satyananda: Si, credo che lei abbia colto alla radice il significato di ciò che volevo dire, perché il fatto di aver sognato da ragazzino che stavo meditando in un eremitaggio indiano e compiendo un bagno rituale nel fiume, ha chiaramente le sue origini nel mio passato, quindi credo di aver avuto quell’esperienza nelle mie incarnazioni passate e questo mi ha sicuramente attratto e portato a fare la mia scelta di vita in questa vita.
Rachael Kohn: Da ragazzo, era in qualche modo diverso dagli altri per il fatto di aver fatto questo sogno?
Brother Satyananda: Bè, a giudicare dal mio sogno, lei potrebbe pensare che ero un bambino molto calmo, spirituale, ma non era davvero così. Forse da molto piccolo lo ero – mia madre mi racconta che se mi metteva in un cortile, potevo rimanere la anche per ore ed essere perfettamente felice. Quindi credo ci fosse una qualche connessione o affinità con la chiusura monastica in cui mi sono sempre sentito a mio agio. Ma nella mia adolescenza è stato diverso, ero molto disilluso dalla vita, sono quasi impazzito e il mio lato oscuro è venuto fuori prima che fossi in grado di averne il controllo. Ho sofferto molto, e questo ha finito con lo spingermi verso la ricerca della verità. Credo che tutti noi abbiamo questa dualità nella nostra vita, ed io non ero un’eccezione.
Rachael Kohn: In che modo era oscuro il lato oscuro di cui parla?
Brother Satyananda: Bè, un modo di vivere selvaggio e capriccioso. Una volontà ad essere spericolato e a vivere la mia vita così, buttandola in giro senza preoccuparmene. Ci sono stati anche momenti di depressione e malinconia. Quindi ho tribolato, ovviamente, per almeno 10 o 15 anni prima di giungere alla conclusione che avevo sofferto abbastanza e che non volevo vivere in questo modo. Avevo bisogno di trovare delle risposte serie.
Rachael Kohn: Come ha saputo di Paramahansa Yogananda e della Self Realisation Fellowship?
Brother Satyananda: Una delle tradizioni sacre dell’India e che sento molto vicina al mio cuore, è chiamata Lo stadio della Ricerca, Ricerca Personale. Così in India ci si interroga e si parte alla ricerca di un sentiero che personalmente si connetta con te e con i tuoi bisogni. Non è come in occidente che veniamo battezzati in una chiesa e facciamo parte di una famiglia che va in chiesa e diciamo “è la nostra chiesa”. Noi scegliamo un sentiero, lo cerchiamo, quindi io ho iniziato un serio cammino di ricerca, facendo domande e cercando risposte che potessero soddisfarmi. È finita con una epifania personale, o una serie di esperienze spirituali che provavano che ciò che stavo cercando, e quello verso cui camminavo era assolutamente giusto. Da quel giorno in poi è stata una convinzione confermata.
Rachael Kohn: Ha letto l’Autobiografia di uno Yogi, il viaggio di ricerca dello stesso Paramahansa Yogananda?
Brother Satyananda: Si, certo, ho letto quel libro. A dire il vero il primo libro di Paramahansa Yogananda che lessi si chiamava “La scienza della religione”, e questo si collega in maniera interessante alla lettura che ho tenuto proprio oggi al the Recital Hall, perché è sempre stata una parte importante della mia ricerca e una prova di cui avevo bisogno. Ho una mente piuttosto scientifica e mi piace trovare delle connessioni, e in questo libro Yogananda connette il fatto che tutti cercano la felicità, e che la più grande felicità è la beatitudine, e che la più grande e infinita gioia che si possa immaginare e la beatitudine sono Dio. E quando anch’io ho fatto questo collegamento, che tutti cercano la felicità, che la felicità è beatitudine, e la beatitudine è Dio, qualcosa è scattato e ho detto, “Questo è quello che voglio”.
Rachael Kohn: OK. Dunque mi spieghi, dov’è la scienza in questa nozione di beatitudine e in questa nozione di Dio, dov’è l’aspetto scientifico?
Brother Satyananda: Bene, lei fa delle ottime domande, e la scienza sta nell’ottenere tutto questo. L’esperienza ovviamente è il cuore, essa è l’amore, è la pienezza dell’esperienza stessa, ma queste cose, come la felicità, ci giungono senza che noi possiamo averne il controllo, arrivano e basta, e sono solitamente collegate ad un oggetto al di fuori di noi. A volte ci capita di svegliarci al mattino dopo una bella dormita e ci sentiamo alla grande. Non ci sono cause esteriori, ma ancora non abbiamo il controllo. Possiamo sentirci così per cinque minuti, per trenta minuti, e poi svanisce. Quello che io mi chiedevo era come posso avere tutto questo a comando, avevo bisogno di qualcosa di più nella mia vita. E così quello che Paramahansa Yogananda dice è che per ottenere un livello più alto e sostenuto di felicità crescente, abbiamo bisogno di un procedimento scientifico.
Rachael Kohn: E quindi questo processo è una specie di formula che tutti possono usare o è qualcosa di più, un’esperienza personale e individualizzata?
Brother Satyananda: Direi che è entrambe le cose. Ad esempio ci sono metodi di meditazioni, e questo fa parte del nucleo centrale degli insegnamenti di Paramahansa Yogananda cioè imparare a meditare nella maniera giusta. Ad esempio, noi possiamo creare sofferenze in noi stessi attraverso infinite ossessioni che diventano estremamente distruttive per la nostra coscienza. O, al contrario, possiamo imparare a meditare, a calmare il cuore e la mente, a liberarci dalla negazione emotiva e mentale, e iniziare a cercare dentro di noi una sorgente di verità e pace. E questo crea una fonte di felicità che è sempre crescente. Ora ovviamente dobbiamo aiutare questo processo adottando uno stile di vita che sostiene i nostri sforzi nella meditazione, e quindi gli insegnamenti di Paramahansa Yogananda che ci giungono dall’antica India, ci insegnano uno stile di vita che è a sostegno della felicità. Oggigiorno sentiamo molto a riguardo dal Buddismo Tibetano, dal Dalai Lama, il quale sta introducendo in occidente la filosofia che la felicità è un’arte che va imparata. In questo senso credo che l’oriente abbia molto da offrire all’occidente.
Rachael Kohn: Bene, torniamo al concetto di scienza. Mi sto chiedendo se questo tipo di approccio scientifico alla felicità significhi anche che il concetto di Dio che viene dalla tradizione hindu e dalla tradizione yogica, sia più scientifico di quello che usiamo avere in occidente.
Brother Satyananda: Si, lei dice bene, Rachael. Ed è una componente che manca ovviamente nella nostra società moderna e un forte motivo del perché molti rifiutano la religione. E uno dei dibattiti più accesi oggi è proprio su come la religione può essere scientifica, e così se ci mettiamo a dibattere su questo problema, finiamo sicuramente a citare gli insegnamenti dell’india che per millenni ha unito le due cose, quindi credo che affinché un insegnamento o una religione abbiano davvero successo, necessitino di avere una componente che unifichi i due aspetti, scientifico e spirituale e questo è in qualche modo metafisico.
Rachael Kohn: Vorrei chiederle, Brother Satyananda se c’è un modo per spiegare scientificamente ciò che molte persone conoscono come prana, il respiro.
Brother Satyananda: Il prana veramente è qualcosa di più del respiro, è anche la nostra energia vitale. Nella mia presentazione alla Conferenza Internazionale sullo Yoga questa mattina, stavo spiegando i livelli della creazione dal livello atomico al sub-atomico, il livello quantico, e gli aspetti del nostro universo fenomenico che non possono essere spiegati, nemmeno scientificamente. Ci sono delle discussioni riguardo alle forze che esistono nell’universo che non sono ancora state scoperte. La scienza ne riconosce l’esistenza e gli da anche dei nomi misteriosi, tipo Forze Oscure e cose del genere, perché sa che ci sono delle energie che contribuiscono all’esperienza universale, ma non sa cosa siano. E così gli insegnamenti che vengono dalla metafisica, dall’India, parlano chiaramente di questo, e definiscono queste energie molto sottili come forza vitale e prana, alcuni di voi potrebbero chiamarle, infrastrutture dell’universo. E quindi invece di poterle veramente studiare e vedere, perché quando si scende nel livelli quantici e sub-quantici della creazione, non si è capaci di osservare veramente le cose come la scienza vorrebbe, si possono solo osservarne gli effetti. E così è grazie al prana che noi abbiamo delle cellule che sanno cosa fare, e oggi uso l’esempio della fotosintesi, di come una pianta o un albero compie la complessa operazione chimica di convertire la luce solare in nutrimento, e lo scambio che avviene tra l’ambiente e il sistema vascolare della pianta.
Rachael Kohn: E come un dito sappia ricrescere dopo che se ne è tagliata via la punta.
Brother Satyananda: Giusto, una storia un po’ macabra ma quando stai affettando delle verdure e ti tagli via la punta del dito, come fa il dito a sapere come ricrescere, e la pelle a rigenerarsi e, come raccontavo, perfino le impronte digitali a riemergere.
Rachael Kohn: Mi fa piacere che l’abbia menzionato, perché me lo sono sempre chiesta.
Brother Satyananda: Bene, dicono che tra le cellule della pelle, che sono evidentemente cellule uniche nel corpo per la loro capacità di riprodursi e curarsi, c’è una delle componenti curative più potenti del corpo ed è la superficie della pelle, e ci sono cellule che compiono lo specifico compito di sostenere la pelle del corpo. Esse hanno costruito in essa la conoscenza delle particolari impronte digitali che lei ha, e quindi le riprodurranno per lei. E quindi, quello che direi è che quell’intelligenza è un effetto, è una prova che il prana, la forza vitale che è un energia che compie azioni nel modo, e lo fa con intelligenza, sta facendo il suo lavoro.
Rachael Kohn: Ma nella tradizione yogica c’è un idea, il concetto, la pratica, di non stare li ad aspettare che quella energia vitale spontanea faccia il suo corso, ma di dirigerla.
Brother Satyananda: E lei ha colto una parte importante della presentazione che facevo stamattina, tracciando un parallelismo tra la forza vitale capace di svolgere le sue proprie funzioni grazie alla propria intelligenza universale e il fatto che essa è anche capace di rispondere. Ed è qui che entriamo nel discorso sullo yoga, perché lo yoga è unione, la parola yoga significa unione, e significa metodi concreti che ci mostrano come possiamo iniziare a far lavorare questa forza vitale sotto la nostra direzione.
Rachael Kohn: Come può farlo? Voglio dire, com’è che succede? Come fa – può descriverci una situazione o un metodo per dirigere quella forza vitale. Può una persona semplicemente ascoltandola ora, fare un piccolo esperimento su se stesso?
Brother Satyananda: Si, è una richiesta lecita, Rachael, e Paramahansa Yogananda ci insegna come energizzare il nostro stesso corpo fisico. È la volontà che dirige la sottile energia vitale a portare veramente nuova forza, quindi direi ai suoi ascoltatori, Rachael, che la prossima volta che si sentono stanchi, e dicono, “Ne ho avuto abbastanza”, “No ne posso più”. E si sentono a pezzi, di fare moti respiri profondi , di sentire che sono circondati di energia tutto intorno, di visualizzarla e di sentirla, e quindi di tendere il corpo gentilmente mentre lentamente inspirano, e sentire che sono stati inondati di energia. Qualcuno potrebbe dire “Oh è solo un processo mentale immaginario”, ma se davvero vi concentrate su questo, e contraete, e inspirate, vi energizzate e poi vi rilassate, e lo fate molte volte, sarete sorpresi da come vi sentirete.
Rachael Kohn: Quindi si può davvero sentire l’energia? Qualche sensazione?
Brother Satyananda: Si. Si può sentire nuova forza quando prima non c’era più forza. Quindi quando siete arrivati al vostro massimo e avete bisogno di più forza, iniziate coscientemente a riempirvi di forza, e sentirete che essa ritorna da voi. È qualcosa che gli atleti conoscono. È noto che essi raggiungono il limite delle loro forze e da quel punto tutti loro vi diranno che riescono a completare la gara grazie alla forza di volontà.
Rachael Kohn: Oggi lei parlava del prana che sostiene la vitalità e che può anche avviare processi di guarigione, ma ovviamente c’è l’aspetto più spirituale di tutti, che è ottenere l’illuminazione. È necessario fare queste tre cose o sperimentarle tutte insieme? Si può prenderne una e separarla dalle altre?
Brother Satyananda: Si certo. Esse non sono dipendenti l’una dall’altra anche se sono funzioni cooperanti. Quindi lei può per esempio, concentrarsi solo sull’uso del prana per raggiungere l’illuminazione e la realizzazione, che direi è l’uso più elevato che si possa fare del dono di Dio della forza ed energia vitale. Quello che noi insegniamo nella Self Realisation Fellowship è ad usare il prana in base alle necessità. Quindi c’è un’attività quotidiana, un’attività spirituale che noi compiamo per prendere l’energia vitale e purificarla per poter avere una nuova esperienza di Dio. Ma poi, se abbiamo un problema di salute, se siamo preoccupati per qualcun altro, una persona cara, per il suo stato mentale od emotivo, o per uno stato di stress o ansia , possiamo non solo mandare preghiere, ma in maniera più efficace noi possiamo mandare energia. Quindi se noi comprendiamo l’ampio spettro attraverso cui la forza vitale ci sostiene, allora possiamo iniziare ad applicare i suoi metodi e ad usarli secondo le nostre necessità. E secondo me questo è un modo meraviglioso di vivere, di rispondere ed agire in base ai bisogni che sorgono.
Rachael Kohn: Il suo pubblico si è realmente alzato in piedi per compiere una specie di rituale per mandare fuori l’energia, sembrava una sorta di incontro di Pentecoste.
Brother Satyananda: Alleluia!
Rachael Kohn: Ora, è qualcosa che lei suggerirebbe alle persone di fare regolarmente? Si potrebbe intendere come una sorta di servizio all’umanità?
Brother Satyananda: Ha capito proprio bene, Rachael. é sicuramente un servizio all’umanità, è quello che noi diciamo alla gente anche durante letture che hanno un vasto pubblico. Le persone non hanno mai affrontato simili argomenti prima, ma io dico loro che spesso noi ci sentiamo impotenti, dobbiamo confrontarci con molte sfide che vanno oltre il nostro controllo in questo mondo, e vorremmo poter fare qualcosa, e così io consiglio sempre alla gente di sedere in silenzio per qualche minuto, da soli, ogni volta che possono, e di sentire solamente un senso di armonia e di pace. Di lasciare andare i conflitti, le lotte emozionali, l’irrequietezza mentale, e di sentirsi solo in pace. Dopo potete strofinare le palme delle vostre mani unite, lentamente, e sentire che state generando nelle vostre mani un’energia molto positiva, e dopo potete alzare le mani in alto nell’aria e visivamente e mentalmente mandare fuori il prana, un energia curativa per le persone. Potete farlo anche mentalmente, senza usare le mani. E la gente la riceverà. Forse alcuni di voi all’ascolto hanno avuto un’esperienza in cui pensando pensieri positivi e mandando amore a qualcuno hanno poi ricevuto una chiamata da quella persona che gli ha detto, “ Ho avuto la sensazione che stessi pensando a me” Quindi quando noi non solo preghiamo per gli altri, ma coscientemente mandiamo loro energia d’amore, loro la ricevono, ricevono quell’energia, è qualcosa che loro possono sentire.
Rachael Kohn: Brother Satyananda questo mi fa pensare alla preghiera e a come in particolare nella tradizione cattolica, ma no, penso in tutta la tradizione cristiana, è piuttosto comune la pratica di inviare preghiere per la gente e penso anche alle catene che collegano persone in tutto il mondo attraverso la preghiera. E so che molte persone disprezzano queste pratiche e le vedono come qualcosa legato alle superstizioni. C’è un qualche parallelismo qui con la tradizione cristiana?
Brother Satyananda: Bè, si, molto, perché la preghiera è parte della nostra cultura da molto tempo, e anche se non è sempre facilmente quantificabile in maniera scientifica, eppure ci sono persone che l’hanno sperimentato e possono testimoniarne la realtà. Quindi credo che tutte le fedi e tradizioni hanno una qualche forma di sforzo positivo teso al benessere degli altri, può essere il massaggio, o compiere un rito per qualcun altro, anche se non è presente, può essere un circolo di preghiera, può essere come in questo caso mandare energia o prana, e quindi io credo che abbiamo una spinta a volerci aiutare l’un l’altro, e quando tutti i nostri sforzi umani si sono esauriti, e siamo semplicemente nell’impossibilità di controllare o assistere, quello che naturalmente ci capita è di mandare pensieri positivi e aiutare in quella maniera, e tutti gli insegnanti e i maestri di tutte le religioni testimoniano che questo è veramente l’aiuto più potente che possiamo dare.
Rachael Kohn: Posso chiederle qual è a filosofia della Self Realisation Fellowship riguardo al fatto che Paramahansa Yogananda è ancora considerato il Guru principale, mentre in altre tradizioni vi è una continua linea di guru che si tramandano questo ruolo e diventano carismatici e forse posseduti da un culto della personalità. La Self Realisation Fellowship sembra non percorrere la stessa strada, giusto?
Brother Satyananda: Si, ha ragione Rachael, e ogni sentiero spirituale o religione è un po’ diverso dall’altro a questo proposito. Paramahansa Yogananda disse “Io sono l’ultimo in questa linea di guru, l’ultimo in questa linea di maestri”. E noi abbiamo una santissima anima, Sri Daya Mata, una discepola di Yogananda della prima generazione, la quale mette bene in chiaro che lei è una discepola e non un guru in successione. Ma lei ha il merito di aver mostrato al mondo un supremo esempio di cos’è il discepolato, il seguire un maestro.
Ora, lo stesso Gesù, la stessa tradizione che ho descritto si trova nella cristianità perché non c’è stato nessun lignaggio prima di Gesù, e non ci sono stati successori dopo di Lui, e ancora in 2000 anni dal tempo in cui Egli è vissuto, ci sono stati molti che hanno ricevuto benedizioni personali da Lui. Ed essi hanno dichiarato di essere stati guidati personalmente da Cristo, quindi le grandi anime hanno un’influenza duratura, il loro spirito ha un’influenza duratura, e la cristianità e la Self Realisation Fellowship ne sono due esempi. –Satyananda
BROTHER SATYANANDA
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