SWAMI SHYAMANANDA
Nel 1946 Shyamanandaji era in pellegrinaggio a Rajgir e Bodh Gaya, santificato dalla fervente ricerca di verità e dall’ultima illuminazione di Gautama Buddha là sotto un grande albero di Bodhi. Shyamanandaji ha passato gran parte del giorno meditando sotto quell’albero, a Bodh Gaya, e camminando tra le rovine di templi e monasteri nei pressi di Rajgir. In tarda serata si ritirò nella sua stanza presso un’ostello governativo a Rajgir.
Tra le 2 e le 3 di notte fu improvvisamente svegliato e balzò fuori dal suo letto come vide una meravigliosa luce blu nella sua stanza. Egli raccontò così la sua esperienza: “Una profonda luce blu era emanata da un’angolo della stanza; successivamente l’intera stanza si illuminò. La luce blu nell’angolo comincò a ruotare. Apparve una faccia, poi l’intero busto ed infine l’intera forma. Il viso era così sereno, così dolce – oh così dolce!
Pensai: ‘Chi potrebbe essere? Buddha? Shiva?’ No,questo divino personaggio non ha le lunghe orecchie del Buddha nè i suoi corti capelli ricci. Non aveva nemmeno la collana di serpenti ed i lunghi capelli ingarbugliati di Shiva. Il viso era bello e sereno come i loro ma i capelli scendevano dritti dietro. Mi parlò e mi diede un mantra. E’ stata una magnifica esperienza. Per i successivi dodici anni ho sempre cercato di ritrovare quel viso.
Nel 1958 decisi che volevo trovare un’ashram tranquillo nei pressi di Calcutta dove mi sarei potuto ritirare dalle responsabilità e meditare. Sentii della Yogoda Math, che non distava molto dal tempio di Kali a Dakshineswar. Andai lì e scoprii che era molto appartata; non venivano molti visitatori ed era magnificamente posizionata sulle rive del Gange. Parlai lì con uno dei monaci per un possibile soggiorno. Egli mi parlò del suo fondatore e mi mostrò il suo libro, Autobiografia di Uno Yogi. Comprai il libro e me ne andai.
Ero scettico a riguardo di uno yogi che scriveva la sua autobiografia, e sopratutto di uno che aveva passato molti anni in occidente. Ma sfogliando casualmente tra le pagine mi accorsi che non si trattava di un testo ordinario; qualunque passaggio leggessi era attorniato da vitalità spirituale e verità. Ma immaginate il mio stupore quando voltai la paginea nella quale appariva l’immagine del Mahavatar Babaji. ‘E’ Lui!’ Esclamai, ‘quello della visione che ho cercato per tutti questi anni! Può mai essere? O me lo sto solo immaginando?’”. Poi si ricordò che il monaco della Yogoda Math gli disse che si stavano preparando per la visita dagli Stai Uniti del presidente dell’associazione di Paramahansa Yogananda. Si ricordò anche della sua scettica reazione: “Un leader spirituale Americano? Ed una donna per giunta? Assurdo!”. Questi furono i suoi pensieri. Si sentì in qualche modo teso e nel giro di pochi giorni si ritrovò a parlare con Sri Daya Mata.
“Quando me ne andai da quell’incontro, sapevo che lei mi fornì l’ingrediente che mi è sempre mancato nelle mie sadhana. Avevo seguito la strada dell’Jnana Yoga, ispirato dall’illustre esempio di Swami Vivekananda; ma i miei sadhana rimanevano asciutti e vuoti. Ma mi disse che dovevo coltivare più devozione, più amore e desiderio per Dio. Il mio cuore cominciò a riempirsi e sapevo che aveva ragione. Strano che il primo incontro con Ma fu nello stesso giorno, dodici anni dopo, della mia mia visione di Babaji a Rajgir: percepii che la mia ricerca era terminata.”
Alcuni dubbi combattevano ancora nella sua mente. Per tutta la sua vita e ricerca sarebbero state sprecate se egli fosse stato fuorviato dall’illusione ora. Prese il tutto con distanza, venendo all’ashram a meditare tranquillamente e dormendo fuori. Cercò anche di stare lontano per lunghi periodi di tempo. Ma quando nuovamente ritornava la stessa rassicurante pace si insinuava in lui. Sri Daya Mata lo aveva già individuato tra altri come la più notevole anima che aveva finora conosciuto in India che cercava profondamente Dio. Egli si recò a Ranchi quando Daya Mata si trovava lì per la sua visita in India nei luoghi dove cominciò il lavoro di Paramahansaji insieme ad una fiorente scolaresca.
Lì ebbero molti colloqui a tu per tu sul lavoro. Daya Mata riversò su di lui i suoi grattacapi nel trovare che il lavoro del suo guru in India era stato molto trascurato e deteriorato. Era un’istituzione morente. Lei sentiva le sua acute risposte e la comprensione. Egli accompagnò anche Sri Daya Mata ad une festa all’ashram Yogoda Satsanga di Swami Sri Yukteswar a Puri.
Se ancora qualche dubbio si fosse instillato nella mente di Shyamananda, con questo viaggio si sarebbero cancellati per sempre.
Il Tempio Jagannath di Puri è considerato uno dei più sacri templi in India. Custodiva uno speciale posto reverenziale nel cuore di Shyamananda. Egli fece lì molti pellegrinaggi, e le sue meditazioni in quel sacro ambiente furono sempre profondamente benedette. Per mezzo di una speciale concessione di Sua Santità Sri Shankaracharaya Bharati Krishna Tirtha, Sri Daya Mata fu la prima Americana che sia mai stata fatta accedere al Tempio di Jagannath. Shyamananda era nella sua comitiva quel giorno. Come lei cominciò a meditare subito prima dell’altare, nel quale ci sono le immagini di Krishan nell’aspetto di Jagannath, Signore dell’Universo; sua sorella Subadhra e suo fratello Balarama, entrò in un profondo stato estatico, divenendo completamente inconsapevole di quanto intorno.
Shyamananda raccontò in quel periodo la sua personale esperienza: “Mi tenevo a distanza su di un lato, contro la parete, guardando Ma in meditazione.
Improvvisamente la sua forma cominciò a scomparire nella luce. Guardai l’immagine di Jagannath sull’altare, quindi di nuovo Ma, poi ancora l’altare; feci questo molte volte, scuotando la testa per essere sicuro che non stessi immaginando. Sapevo che loro erano Uno! Quest’esperienza si protrasse per un lungo periodo di tempo, poi gradualmente la forma di Ma cominciò a riapparire. Dopo poco si alzò e lasciò il tempio. Come fece ciò notai che le cadde il suo fazzoletto ocra. Mi chiedevo come mai coloro che erano con lei non lo raccogliessero.
Ero estremamente riluttante nel toccarlo. In quel posto sacro, testimoniando ciò che ho appena testimoniato, quel fazzoletto rappresentava un simbolo. Raccoglierlo significava impegnare me stesso davanti al Signore, come se le raccogliessi lo stendardo. Non mi ero mai preso impegni con nessuno nè con nessuna organizzazione. Ma non potevo neanche lasciarlo lì in terra. Guardai freneticamente l’altare e pregai: ‘Signore, cosa stai facendo? Cosa stai chiedendo?’. Infine dissi, ‘Ciò che deve essere, lascerò che sia, O Signore’. E raccolsi il fazzoletto e lo portai fuori a Ma.”
Sri Daya Mata era solo confusamente conscia di aver perso il fazzoletto e della sua riluttanza nel raccoglierlo. Anche Lei comprese che si trattava di un simbolo. Quando lui glielo restituì, fu la conferma di ciò che già sapeva: Dio lo aveva scelto per ricostruire il lavoro del Guru in India.
Tratto dal Self-Realization
Tradotto da WestYogi per AnimaCosmica.org
SWAMI SHYAMANANDA
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Comments 3
Belissimo racconto…
Posted 04 mar 2010 at 16:11 ¶Bellissimo.
Posted 16 mar 2010 at 23:50 ¶Racconto molto ispirante, solleva l’anima verso l’alto..‘Ciò che deve essere, lascerò che sia, O Signore’ .. questo è quello che ogni vero devoto e ricercatore di verità deve imprimere nel suo DNA..
Posted 02 apr 2010 at 07:50 ¶Post a Comment
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